Soli con chi risponde sempre: l’intelligenza artificiale conversazionale come surrogato di relazione
Il chatbot è un interlocutore che simula attenzione, personalizzazione e comprensione. Capire cosa offre davvero e cosa sostituisce, aiuta a distinguere un aiuto reale da un’imitazione che può favorire l’isolamento sociale e dolorosa solitudine.

Nell’articolo precedente, dedicato allo scrolling come decentramento di sé (articolo qui), ho lasciato aperta una frontiera più recente e più potente: i dispositivi conversazionali (chatbot) che ci rispondono come se fossero qualcuno. Questi risultano ad oggi come veri e propri interlocutori che si rivolgono direttamente a noi, che ricordano quello che gli abbiamo detto, che rispondono con un tono che si adatta al nostro. La differenza non è di grado, è di natura, ed è una differenza che vale la pena guardare con attenzione, perché da essa dipende gran parte di ciò che questi strumenti possono offrire, e di ciò che possono togliere.
Molte persone, ormai da tempo, usano i chatbot come surrogati di una relazione di ascolto. Si confidano, chiedono consigli su questioni emotive, affidano loro la gestione di conflitti interni, e in questo scambio ripetuto costruiscono una forma di legame (se non di dipendenza). Rappresenta un fenomeno già esteso, che la ricerca comincia a documentare con una certa sistematicità, e che merita di essere trattato senza moralismi ma con la serietà che la clinica richiede.
— Un interlocutore che simula è diverso da un flusso che scorre —
Lo scrolling, come ho descritto in articoli precedenti, ci mette in contatto con una folla di volti che non ci vede direttamente, e anche se possiamo sentirci ugualmente osservati, giudicati, messi a confronto, ma nessuno, dall’altra parte dello schermo, sta davvero pensando a noi. È un meccanismo impersonale, costruito per trattenere l’attenzione di chiunque nello stesso modo, e in questo restare uguale per tutti conserva una forma di distanza.
Con l’intelligenza artificiale conversazionale, quella distanza si assottiglia fino quasi a scomparire poiché il chatbot risponde a quello che scriviamo, si adatta al nostro modo di esprimerci, richiama quanto gli abbiamo raccontato in precedenza, costruisce nel tempo qualcosa che assomiglia, sul piano formale, a una conoscenza reciproca. Più lo usiamo, più le sue risposte sembrano calzare, perché l’algoritmo apprende cosa vorremmo sentirci dire, e tende a offrircelo con una precisione che spesso supera quella di un interlocutore umano che invece investe la relazione con l’altro dei suoi aspetti più personali.
Il chatbot non capisce davvero chi siamo ma a differenza del flusso impersonale dei social, simula di farlo e lo fa in un modo sempre più convincente. È una simulazione che si rivolge proprio a noi, che sembra ricordarci, che sembra volerci bene, nel senso più semplice del termine: sembra prendersi cura di ciò che diciamo e possiamo sentirci visti (questo accade anche perché siamo noi a parlare in modo più libero e scevro da vergogna e censure sociali varie ed eventuali). Una simulazione costruita così bene è capace di attivare, in chi la riceve, una risposta emotiva reale, anche quando la mente sa perfettamente che dall’altra parte non c’è nessuno.
Viviamo in una fase in cui essere disponibili continuamente in ogni luogo è diventato parte consolidata della nostra cultura: rispondere subito, essere raggiungibili sempre, non far attendere nessuno. In questo contesto un’intelligenza artificiale che risponde all’istante, senza mai negoziare tempi né energie, non sembra un’eccezione: sembra semplicemente l’ennesimo servizio che si adegua a un ritmo che diamo ormai per scontato. È proprio questa naturalezza a rendere il fenomeno difficile da notare finché non ha già preso forma.
— Cosa cerca chi si confida con un chatbot —
Chi comincia a confidarsi con un’intelligenza artificiale, di solito, si muove con l’obiettivo di cercare qualcosa di molto specifico che trova lì con una facilità che altrove manca, cerca qualcuno che ascolti sempre, a qualunque ora, senza doversi “impegnare” in una comunicazione umana interpersonale che implichi uno scambio bilaterale. Chi ci ascolta nella vita reale porta con sé le sue opinioni, le sue reazioni, i suoi limiti di pazienza, un margine di rischio che il chatbot, per come è costruito, non presenta “mai”.
Capita spesso nella pratica clinica di incontrare persone che raccontano di aver scritto a un’intelligenza artificiale evitando così di parlarne con chi hanno accanto, creando una paradossale triade in cui, ad essere esclusa, può essere un familiare, un amico o chi abbiamo scelto come partner.
Questo comportamento può diventare problematico nel momento in cui si struttura con una certa ripetitività, sostituendo (invece che affiancando) lo spazio che sarebbe bene restasse aperto per una relazione reale. Diventa dunque un problema quando l’IA si trasforma nell’unico luogo in cui certi pensieri trovano voce, perché a quel punto la relazione reale non viene più esercitata, e come ogni capacità che smettiamo di usare, comincia lentamente ad atrofizzarsi.
— Cosa offre davvero il chatbot —
L’ascolto che un chatbot restituisce, per quanto accurato nel breve termine, resta privo della memoria viva del soggetto: ricorda i fatti che gli abbiamo raccontato, ma non li porta con sé nel modo in cui li porta una persona che ci conosce da anni, che intreccia quello che diciamo oggi con quello che sapeva di noi ieri, che nota un cambiamento nel tono prima ancora che lo mettiamo in parole. Soprattutto, restituisce una conferma quasi costante priva di alterità: tende a validare, ad assecondare il nostro punto di vista, a modulare il disaccordo in una forma che raramente disturba, perché è costruito per mantenerci nella conversazione, non per portarci altrove da dove siamo già.
Qui si annida l’aspetto più insidioso, è una relazione sempre confermante, e proprio per questo manca di ciò che rende autentico un confronto, nella relazione con un’altra persona reale la frustrazione ha un ruolo necessario per quanto scomodo. È attraverso il disaccordo, il fraintendimento, la fatica di farsi capire che impariamo a distinguere il nostro punto di vista da quello altrui, a tollerare che l’altro non sia sempre d’accordo con noi e a costruire un senso di realtà che si forma proprio nell’attrito con qualcuno di diverso da noi.
Una relazione in cui non ci sentiamo mai frustrati, in cui veniamo sempre compiaciuti, non porta mai un punto di vista davvero diverso dal nostro e non permette quindi questo tipo di apprendimento. Ci lascia più soli di quanto sembri, proprio mentre ci sembra di essere accompagnati.
Questo meccanismo di assecondamento compiacente, nelle relazioni umane, rappresenta una vicinanza che si costruisce evitando ogni attrito e che finisce per essere fragile proprio perché non è mai stata messa alla prova. La stessa dinamica, nel caso del chatbot, non rappresenta una scelta relazionale di qualcuno, ma una caratteristica strutturale dello strumento: è progettato per mantenerci soddisfatti dello scambio, e la soddisfazione immediata, come sappiamo da quanto detto a proposito della dopamina (articolo qui), non coincide quasi mai con ciò che nel tempo ci fa davvero crescere.
— Quando cercare risposte diventa il problema —
Chi si rivolge a un’intelligenza artificiale per sciogliere un dubbio che lo tormenta parte spesso dalla convinzione implicita, ovvero che “più informazioni si raccolgono più quel dubbio mi si chiarisce”. È un’idea diffusa e in molti ambiti anche corretta, ma nel campo della sofferenza emotiva si rivela quasi sempre fuorviante, purtroppo nella pratica clinica osservo troppo spesso l’esito opposto: la ricerca di risposte diventa abituale, quasi spasmodica, e dentro questo confronto si finisce per sentirsi più confusi che chiariti, alimenta un rimuginio che ruota attorno a un tema senza mai trovare una vera soluzione. Il motivo è semplice, anche se poco intuitivo: il problema che viene posto ha spesso una forma cognitiva (una domanda precisa, una causa da individuare, una definizione da trovare), mentre la sua radice reale appartiene quasi sempre a un piano emotivo. Non esiste una soluzione cognitiva a un problema che nasce da un vissuto non ancora elaborato, e qui si apre una delle differenze più profonde tra il confronto con un’intelligenza artificiale e una relazione autentica: quest’ultima non si limita a restituire informazioni, ma accoglie anche ciò che le informazioni, da sole, non possono contenere.
Da questo tipo di ricerca nasce spesso un fenomeno che in seduta si incontra sempre più di frequente, l’autodiagnosi, attraverso scambi ripetuti, le persone arrivano a costruirsi convinzioni consistenti su di sé e sugli altri, e cominciano a muoversi nel mondo a partire da categorie suggerite in quella sede, mai davvero messe alla prova in un confronto che potrebbe smentirle. Capita di incontrare persone che si presentano già etichettate, portando con sé una definizione di sé costruita altrove, che si muovono dentro quella definizione come dentro un recinto che potrebbe essere del tutto estraneo a chi sono realmente.
Questo tipo di confronto, ormai, è qualcosa con cui i terapeuti si trovano regolarmente a fare i conti, è utile trovare uno spazio interno che permetta di accogliere questo materiale dentro la relazione terapeutica con l’obiettivo di comprendere quale funzione abbia avuto per quella persona, piuttosto che liquidarlo come un errore da correggere. Tutto ciò che il paziente porta in seduta, compreso questo, ha un significato che merita di essere accolto, esplorato, capito.
— Perché è più insidioso dello scrolling —
Lo scrolling, come descritto in precedenza, porta a una pseudo-co-regolazione cercata in un flusso che non ci conosce, e per questo resta un’imitazione fragile, con l’intelligenza artificiale conversazionale la stessa ricerca trova invece un interlocutore che risponde davvero, e proprio per questo la pseudo-co-regolazione diventa più piena e più insidiosa. È un fenomeno che i servizi sanitari cominciano a incontrare concretamente: in un caso seguito di recente da un servizio pubblico per le dipendenze, il rapporto con un’intelligenza artificiale conversazionale si era trasformato in un legame esclusivo, con una persona che aveva progressivamente ridotto i contatti reali affidando all’algoritmo un ruolo che nessun’altra relazione riusciva più a occupare. Riscontro una certa difficoltà a riportare tutti questi aggiornamenti poiché ve ne sono ogni giorno e permeano in modo sempre crescente la nostra società (questo stesso esempio tra non molto tempo potrà leggersi come assolutamente consueto).
Negli articoli precedenti ho descritto come il telefono, la dopamina e lo scrolling modellino, ciascuno a suo modo, la nostra identità: ci allontanano dal contatto con il nostro stato interno, ci abituano a una regolazione esterna sempre più necessaria, ci spingono verso un decentramento che da oscillazione naturale diventa posizione fissa (articolo qui). Con l’intelligenza artificiale conversazionale, questo processo compie un passo ulteriore, perché il decentramento non avviene più verso una folla indistinta, ma verso un interlocutore che sembra conoscerci in modo specifico.
Quando qualcuno ci restituisce sempre un’immagine coerente e gratificante di noi stessi, senza mai attraversarla con un punto di vista che le resista, quell’immagine rischia di diventare l’unica che riconosciamo come vera, semplicemente perché nessuna alterità reale l’ha mai messa alla prova. Ci abituiamo a un Io che si vede riflesso in modo sempre coerente, comprensibile, giustificato, e perdiamo lentamente la familiarità con la versione più scomoda e più vera di noi stessi, quella che emerge solo nel confronto con chi non ci somiglia e non è costruito per farlo. È un’identità che si irrigidisce proprio mentre sembra sempre più compresa: più il chatbot ci conosce, meno abbiamo occasione di scoprire, attraverso un’alterità reale, chi altro potremmo essere.
— Gli esiti più gravi, e perché si producono —
È necessario, a questo punto, affrontare un aspetto che non si può tacere e che va maneggiato con la cura che merita: in alcune situazioni, documentate anche dalla cronaca internazionale, il rapporto con un’intelligenza artificiale conversazionale ha preceduto esiti drammatici, incluse alcune situazioni di induzione al suicidio, spesso coinvolgendo persone giovani o adolescenti. Non è utile, e non è nemmeno corretto, ridurre questi esiti a una causa unica: dietro un gesto così estremo troviamo quasi sempre una sofferenza psichica preesistente, una rete di relazioni reali già fragile o insufficiente, una vulnerabilità che il rapporto con il chatbot non crea dal nulla, ma può contribuire ad approfondire.
Il meccanismo che rende plausibile questo aggravamento è quello che abbiamo già descritto: la perdita progressiva del confine tra interlocutore reale e interlocutore simulato, l’isolamento crescente dalle relazioni umane che, sole, potrebbero fare da correttivo, e l’assenza di un giudizio esterno capace di intercettare per tempo un peggioramento. Quando l’unico spazio in cui una persona porta il proprio dolore è una conversazione che asseconda, che non allarma nessuno, che non ha la possibilità reale di attivare un aiuto concreto nel momento del bisogno, quel dolore rischia di restare senza un argine capace di contenerlo.
Chi sta attraversando pensieri di questo tipo, o conosce qualcuno che li sta attraversando, può e deve rivolgersi a un aiuto reale: un servizio di ascolto, uno psicoterapeuta, il pronto soccorso. Nessuno strumento conversazionale può sostituire quel tipo di intervento, ed è importante che questo resti un punto fermo, non un dettaglio secondario del discorso.
— La domanda che resta —
Tornando alla domanda che ha aperto questo percorso di articoli, e che ora possiamo porre nella sua forma più diretta: cosa sostituiamo, quando ci affidiamo a un’intelligenza artificiale come spazio emotivo?
Sostituiamo, in parte, una funzione che le relazioni reali faticano sempre di più a offrire nella misura in cui ne avremmo bisogno: tempo, pazienza, disponibilità immediata. Ma sostituiamo anche, senza accorgercene, qualcosa che nessuna relazione può offrire se non è vera: la possibilità di essere visti da qualcuno che ha davvero a cuore cosa ci accade e che porta con sé la nostra storia nel tempo, che può permettersi di dirci qualcosa che non vogliamo sentire perché tiene alla relazione più che al nostro gradimento immediato.
È esattamente qui che la terapia occupa uno spazio che nessuno strumento conversazionale può replicare. Il terapeuta non è certo infallibile, né sempre disponibile, quei limiti fanno parte della relazione tanto quanto la sua presenza, ma con sé porta una memoria del soggetto che si costruisce nel tempo e intreccia i fili di una storia, oltre a un’alterità reale capace di restituire un punto di vista che non era già il nostro. C’è poi tanta formazione “umana” e un’intuizione clinica che nasce dall’esperienza di stare, ripetutamente, dentro la sofferenza di altre persone: elementi che nessuna simulazione, per quanto perfezionata, può replicare, perché non dipendono da quanto una risposta è ben calibrata, ma da chi la sta dando, da ciò che si sta condividendo su un piano emotivo in quel momento, e dalla storia che quella presenza porta con sé nella stanza.
Il rischio più grande rispetto a quanto scritto in questo articolo è che questa modalità relazionale con l’intelligenza artificiale ci allontani un poco alla volta dal tipo di scambio più faticoso e più vero che solo un’altra persona può offrirci: quello in cui veniamo ascoltati non da chi ci somiglia sempre di più, ma da chi, restando diverso da noi, continua a starci accanto.
Dietro ognuna di queste dinamiche mi sembra di osservare un elemento costante: un profondo senso di solitudine relazionale che cerca risposte, e un sostegno che la nostra società fatica sempre di più a offrire ai bisogni primari delle persone, più di quanto siamo disposti ad ammettere. È proprio questa solitudine che l’intelligenza artificiale, con la sua disponibilità senza attrito, rende più comoda da abitare per chi la cerca.
Resta, alla fine di questo percorso attraverso il telefono, la dopamina, lo scrolling e ora la conversazione simulata, un’unica immagine che le attraversa tutte: quella di una vita che rischia di consumarsi in uno scambio che non chiede mai nulla, con qualcuno che non ci delude mai perché non è mai stato davvero lì. Tra tutte le voci che possiamo scegliere di ascoltare, forse la più preziosa resta quella che, di tanto in tanto, ci contraddice, rimanendo comunque vicina a noi.
Bibliografia
Turkle, S. (2012). Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Torino: Codice Edizioni.
Organizzazione Mondiale della Sanità, International Association for Suicide Prevention (2023). Preventing suicide: a resource for media professionals (terza edizione). Ginevra: OMS.

