Dove siamo, mentre guardiamo gli altri: lo scrolling come decentramento di sé
Lo scrolling continuo modifica più di come passiamo il tempo: modifica chi siamo. Imparare a regolarsi dentro lo schermo significa, lentamente, smettere di imparare a regolarsi dentro di sé.

Capita di restare a lungo con il pollice che scorre. Una vita, un corpo, un’opinione, un viaggio, una serata di qualcun altro: contenuti che attraversiamo a una velocità che, a guardarla bene, è impossibile elaborare davvero, eppure qualcosa lo tratteniamo, mentre guardiamo. Spesso ce ne accorgiamo poco, ma a ogni contenuto corrisponde un piccolo movimento interno: un confronto involontario, una valutazione fulminea su come gli altri stanno, su come noi stiamo, su come dovremmo stare. Lo scrolling non è solo un modo per passare il tempo, è anche un modo per stare dentro un confronto continuo con esistenze che mai incrociano la nostra.
C’è una domanda che attraversa silenziosamente questo gesto, e che si fa sempre più potente con il ripetersi delle ore. Mentre guardiamo le vite degli altri, dove siamo noi? Non in senso geografico (quello è facile, siamo sul divano, in metropolitana, in sala d’attesa), ma in senso più profondo: con la nostra attenzione, con il nostro sentire, con il nostro modo di abitare il momento. Quando passiamo molto tempo a guardare le vite degli altri, ci stiamo decentrando da noi stessi.
— La dinamica del decentramento di sé —
Questo processo di decentramento descrive una posizione interna piuttosto specifica: è il modo in cui passiamo più tempo nella mente dell’altro che nella nostra. Quando siamo decentrati, gran parte della nostra attività mentale è impegnata a leggere cosa l’altro si aspetti da noi, a immaginare come ci stia vedendo, a regolare il nostro comportamento in funzione di ciò che pensiamo gli vada bene. È una posizione che tutti conosciamo, e che a piccole dosi fa parte della normale vita relazionale: leggere l’altro è una capacità necessaria, e adeguarci in qualche misura a chi abbiamo davanti rende possibile la convivenza.
Il problema arriva quando il decentramento smette di essere un’oscillazione e diventa una posizione di base. Quando passiamo più tempo nella mente degli altri che nella nostra, fatichiamo ad ascoltarci autenticamente, perché manca lo spazio interno per farlo. Le nostre scelte cominciano a essere orientate da cosa gli altri penserebbero, ci sentiamo meno nitidi nelle emozioni, e a poco a poco perdiamo il contatto con quello che è semplicemente nostro. Ne ho parlato in un articolo precedente dedicato al ricentramento e al decentramento di sé, dove ho descritto il movimento opposto, quello attraverso cui torniamo a casa nostra.
Tutto questo cambia di intensità quando l’altro a cui ci adeguiamo smette di essere una persona conosciuta e diventa il flusso ininterrotto di vite che ci scorre sotto il pollice.
— Dove impariamo a regolarci —
Lo scrolling come modo abituale di adeguarci all’altro tocca una funzione che il nostro sistema psichico conosce da molto prima dell’esistenza degli schermi. Non nasciamo sapendoci regolare. La capacità di tollerare un disagio, di calmarci quando ci sentiamo agitati, di restare presenti nei momenti difficili senza esserne travolti, la costruiamo nei primissimi anni di vita, e la costruiamo dentro una relazione.
Nei primi mesi un neonato non riesce ancora a placare da solo l’agitazione che lo attraversa. Quando piange, si tende, si dispera, può trovare qualcuno che lo accoglie e lo contiene: lo prende in braccio, gli parla con un tono basso, lo aiuta a tornare in uno stato regolato. Quando la relazione funziona come contenitore e porto sicuro, succede qualcosa di più sottile del semplice calmarlo, perché chi se ne occupa dà significato al suo stato. Lo riconosce (“hai sentito un rumore forte, ti sei spaventato, ora ci sono qui io”) e nel farlo gli offre una mappa per cose che ancora non sa nominare. Questo scambio continuo, ripetuto migliaia di volte, è quello che si chiama co-regolazione, ovvero il processo attraverso cui un bambino impara a riconoscere e modulare i propri stati interni grazie alla presenza di un adulto che li accoglie, li nomina e li restituisce in una forma sostenibile.
Con il tempo, attraverso scambi simili, il bambino comincia a poter fare da solo quello che prima la relazione faceva per lui. Interiorizza gradualmente un modo di stare con i propri stati. Quando da adulti riusciamo a tollerare una sera storta senza precipitare, a sentirci tristi sapendo che quella tristezza passerà, a calmarci dopo una telefonata difficile, lo facciamo grazie a una capacità che abbiamo costruito così, passando per qualcuno che anni prima ci ha aiutati a regolarci dall’esterno.
La storia di ciascuno, però, racconta esiti diversi. Quando la co-regolazione precoce è stata fragile, intermittente, o in qualche misura mancata, la capacità di stare con i propri stati fatica a consolidarsi pienamente. Da adulti, in quei casi, ci ritroviamo a cercare fuori quello che dentro non ha trovato spazio sufficiente per radicarsi: nelle relazioni, in certi comportamenti, e oggi sempre più spesso nello schermo. Lo scrolling, in questa lettura, è anche il tentativo (mai del tutto consapevole) di trovare adesso una forma di regolazione che è mancata allora. E quello che troviamo lì è una versione svuotata, che imita la cosa vera abbastanza da rendere difficile staccarsene.
Capire questa dinamica dei primi anni aiuta a leggere cosa accade nello scrolling anche per chi una co-regolazione adeguata l’ha avuta. Quando, da adulti, ci sentiamo soli, irrequieti, in ansia, e cerchiamo conforto scorrendo lo schermo, stiamo cercando, in qualche modo, una versione adulta di quel primo scambio regolatore. Lo facciamo però dentro un ambiente che funziona in modo radicalmente diverso. Dall’altra parte dello schermo non c’è qualcuno che ci tiene in mente, che riconosce il nostro stato e gli dà significato. Il flusso che ci attraversa è impersonale e indifferente, siamo noi che ci adattiamo a lui.
A poco a poco, questo movimento ci modifica. Più ci affidiamo allo schermo per gestire stati interni che non sappiamo dove mettere, meno alleniamo la capacità di stare con loro da soli. È lo stesso meccanismo descritto negli articoli precedenti, visto qui da un altro angolo: il riempitivo con cui copriamo il disagio impedisce alla nostra capacità di tollerarlo di consolidarsi, la dopamina ci aggancia a una regolazione esterna sempre più necessaria, e con lo scrolling (prolungando questa logica nella relazione con gli altri) svuotiamo progressivamente quella capacità che da bambini avevamo costruito dentro la relazione. Con lo scrolling perdiamo lentamente l’allenamento a stare con noi stessi.
— Dal decentramento naturale al decentramento permanente —
Il decentramento, in sé, non è un fenomeno nuovo. È sempre esistito, in forma più contenuta, in ogni relazione significativa. Ogni volta che cerchiamo di leggere l’umore di un partner per capire come muoverci, ogni volta che adeguiamo le parole alla sensibilità di chi abbiamo davanti, ci stiamo aprendo al decentramento, e questo è assolutamente adattivo. È una funzione utile e necessaria, e di solito si esaurisce quando l’incontro finisce. Torniamo alla nostra posizione interna, ci ricomponiamo, riprendiamo il filo di quello che sentivamo.
Quello che cambia con lo scrolling è la natura dell’altro a cui ci adeguiamo. Nelle relazioni in carne e ossa l’altro è una persona, una sola, conosciuta, finita: ha un volto, una storia, dei limiti. Anche quando ci preoccupiamo di come ci vede, sappiamo chi è che ci sta vedendo. Sappiamo che ha le sue giornate storte, le sue contraddizioni, i suoi punti deboli, e questo, paradossalmente, ci protegge. Misurarsi con un altro reale è faticoso, ma è anche delimitato.
L’altro dello scrolling è una cosa diversa. Non è una persona, è una folla. Non è un volto, sono migliaia di volti che scorrono in pochi minuti. Non è una storia, è un montaggio continuo di frammenti di vite altrui, presentati tutti nella loro versione migliore. Ed è sempre disponibile, sempre attivo, sempre lì a portata di mano. Mentre l’altro reale, prima o poi, va via (chiude la porta, scende dalla macchina, smette di rispondere ai messaggi, e ci lascia un margine per tornare in noi) l’altro digitale non se ne va mai, e quindi noi non rientriamo mai del tutto.
Si arriva così a una condizione nuova. Quello che era un movimento (uscire da sé per incontrare un altro, poi rientrare in sé) diventa una posizione fissa. Il decentramento smette di essere un’oscillazione e si fa permanente. Non perché stiamo facendo qualcosa di particolarmente sbagliato, ma perché il sistema con cui ci adeguiamo all’altro non è progettato per sostenere un altro che non finisce mai.
— L’identità che si modella nello scrolling —
Quando l’adeguamento all’altro diventa una posizione di base, qualcosa accade alla nostra identità. Per mantenersi viva e riconoscibile, ha bisogno di un certo spazio interno: di pause, di silenzi, di momenti in cui sedimentare quello che viviamo. Senza quegli spazi, fatica a tenersi.
La ricerca scientifica recente conferma questa lettura. Studi su larga scala hanno mostrato che non è la quantità di tempo passato sui social a predire l’aumento di ansia, depressione, insonnia, ma la modalità d’uso. Le metriche oggettive del tempo, da sole, hanno associazioni molto deboli con il disagio. Ciò che correla davvero è l’uso problematico: lo scrolling passivo, il confronto sociale continuo, la compulsività con cui torniamo allo schermo. Resta vero, però, che un uso prolungato è un fattore di rischio indiretto, perché facilita lo scivolamento nella modalità problematica.
Lo scrolling, per la natura del flusso che propone, riduce progressivamente lo spazio interno. A ogni contenuto che ci attraversa, riceviamo una piccola domanda implicita: ti riconosci in questo? Dovresti volerlo? Dovresti essere così? Una sola domanda, ricevuta una volta ogni tanto, non sposta nulla. Ricevuta centinaia di volte al giorno, modella. Non perché un singolo contenuto abbia il potere di cambiarci, ma perché la sommatoria di tanti piccoli adeguamenti, ripetuti senza pause in cui ricomporsi, finisce per spostarci.
C’è una cornice culturale che amplifica tutto questo, ed è quella del fare permanente. Siamo immersi in un contesto che premia chi produce, chi mostra, chi resta sempre visibile, e che fatica a riconoscere il valore dello stare. In questa cornice, il telefono non è solo uno strumento, è anche l’oggetto in cui il fare si concretizza: c’è sempre qualcosa da controllare, da rispondere, da guardare. Lo schermo, in questo senso, non riempie soltanto il tempo vuoto, risponde al nostro sentirci angosciati rispetto alla percezione di non stare facendo abbastanza.
Il risultato è una difficoltà crescente a riconoscerci quando ci fermiamo. Quando appoggiamo il telefono e ci ritroviamo soli con noi stessi, ci possiamo sentire irrequieti, avvertire qualche emozione dentro di noi che abbiamo difficoltà a identificare, qualcosa che somiglia al vuoto, alla noia, al “non sto facendo nulla”. Quello che sentiamo, se lo ascoltassimo, ci porterebbe a quello che davvero ci abita. Spesso, invece, riprendiamo lo schermo. Non per piacere, non per noia neutra, ma per evitare l’incontro con un sé che, senza l’altro continuo a cui adeguarci, fa fatica a sentirsi.
Quello che ho descritto fin qui riguarda lo scrolling, ma esiste già una frontiera più recente e potente: i dispositivi conversazionali che ci rispondono come se fossero qualcuno. Non scorriamo più solo vite altrui, dialoghiamo con un interlocutore che simula attenzione, personalizzazione, comprensione. Molte persone, ormai da tempo, usano questi strumenti come surrogati di una relazione di ascolto: si confidano, chiedono consigli emotivi, affidano loro la gestione di conflitti interni, costruiscono una forma di legame. Sono fenomeni che, in alcune situazioni, hanno avuto esiti molto problematici, se non drammatici. È un terreno troppo specifico per essere trattato qui, e ha aspetti propri che meritano uno spazio dedicato. Lo riprenderò in un prossimo articolo.
— Tornare al centro —
Lo scrolling è diventato, per molti di noi, un modo abituale di stare nel mondo. Parlarne in termini moralistici (smettere, disintossicarsi, resistere) tende a essere superficiale e poco utile. Quello che ci serve è qualcosa di più semplice e più impegnativo allo stesso tempo: ritrovare, lentamente, il senso di una soglia.
Possiamo immaginare il nostro mondo interno separato da quello che ci arriva da fuori, come una soglia. Nelle relazioni sane, questa soglia esiste e funziona: ci permette di stare in contatto con gli altri senza esserne riassorbiti, sappiamo dove finiamo noi e dove comincia chi abbiamo davanti, sentiamo cosa ci appartiene e cosa no, possiamo accogliere senza farci attraversare. Quando questa soglia si confonde, qualcosa di importante si perde: i pensieri degli altri cominciano a sembrarci nostri, gli umori che ci arrivano dallo schermo ci attraversano senza filtro, le scelte degli altri si trasformano in metro di paragone per le nostre. Non sappiamo più, in fondo, chi sta pensando dentro di noi, e quanto di quello che sentiamo viene davvero da noi. Lo scrolling, per come è costruito, tende a confondere proprio questa soglia, e ricostruirla può diventare un lavoro clinico in un percorso di terapia.
In quel contesto, la relazione che si costruisce con il terapeuta diventa, per il tempo necessario, lo spazio in cui si riapprende cosa significa restare in contatto con sé senza adeguarsi continuamente all’altro. Lungo la strada possono accompagnare piccoli gesti quotidiani, come fermarci a sentire ciò che ci attraversa prima di coprirlo con un altro contenuto, o restare con il proprio sentire prima di andarlo a confrontare con quello degli altri. Sono passi piccoli, ma sostengono il lavoro più ampio che, dentro la terapia, può prendere forma.
Quello che resta, in fondo, è la domanda da cui siamo partiti, e che ora possiamo guardare con un po’ di luce in più. Mentre guardiamo le vite degli altri, dove siamo noi? La risposta non è un luogo da raggiungere ma una soglia da custodire, quella sottile linea che separa il nostro respiro da quello del mondo, e che permette a entrambi di restare vivi.
Bibliografia
Lembke, A. (2022). L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del «tutto e subito». Milano: Roi Edizioni.
Lenzi, M., Marino, C., & Pivetta, E. (2023). L’uso problematico dei social media e dei videogiochi. Relazione presentata al convegno “La salute degli adolescenti: i dati della sorveglianza HBSC Italia 2022”, Istituto Superiore di Sanità, Roma.

