La dopamina e la promessa del piacere: perché continuiamo a cercare ciò che non ci soddisfa

Lo scrolling non ci tiene agganciati perché ci dà piacere, ma perché ci promette continuamente un piacere che arriva di rado. Capire il meccanismo della dopamina aiuta a comprendere perché torniamo a cercare ciò che, in fondo, ci lascia insoddisfatti.

C’è un gesto che molti di noi compiono decine di volte al giorno, spesso senza un motivo preciso: tirare giù lo schermo con il pollice per far aggiornare la pagina, controllare se è arrivata una risposta, una notifica, un segno che qualcosa nel frattempo sia successo. È un gesto piccolo, quasi impercettibile, eppure carico di un’attesa silenziosa — quella frazione di secondo in cui non sappiamo ancora cosa troveremo, e proprio per questo restiamo agganciati allo schermo. Il più delle volte non arriva nulla di rilevante. Eppure il gesto si ripete, poco dopo, identico.

Nell’articolo precedente ho parlato del telefono come riempitivo, dello schermo che si accende ogni volta che qualcosa nel nostro mondo interno chiede ascolto. Qui vorrei guardare lo stesso fenomeno da un altro lato: non più quello psicologico del disagio che evitiamo, ma quello neurobiologico di ciò che ci tiene attaccati al gesto. Perché continuiamo a controllare, ad aggiornare, a scorrere, anche quando l’esperienza concreta ci lascia ogni volta un po’ insoddisfatti? La risposta ha molto a che fare con una sostanza di cui si parla spesso e che si conosce poco: la dopamina.

— La dopamina non è il piacere, è la sua promessa —

Esiste un equivoco diffuso sulla dopamina, e vale la pena scioglierlo subito perché cambia il resto del discorso. Tendiamo a pensare alla dopamina come alla “sostanza del piacere”, quella che si accende quando otteniamo qualcosa di bello. In realtà funziona in modo un po’ diverso: la dopamina si attiva soprattutto prima, nel momento in cui ci aspettiamo qualcosa di gratificante, più che nel momento in cui lo otteniamo davvero. Risponde all’attesa più che alla ricompensa.

C’è di più. La dopamina è particolarmente sensibile alla sorpresa: si attiva con forza quando troviamo qualcosa di bello che non ci aspettavamo, mentre tende ad attenuarsi quando ciò che otteniamo è esattamente quello che avevamo previsto. È un meccanismo che, per come siamo fatti, ha avuto storicamente un senso: serviva a spingerci verso ciò che non conoscevamo ancora, a cercare, a esplorare. Il problema è che lo schermo ha imparato a parlare proprio questa lingua.

Quando tiriamo giù la pagina per aggiornarla, non sappiamo cosa troveremo. Potrebbe non esserci nulla di interessante, oppure potrebbe comparire proprio il video, il messaggio, l’immagine che ci cattura. È questa incertezza a tenerci agganciati: non il piacere di ciò che otteniamo, che arriva di rado e dura poco, ma la possibilità che la prossima volta arrivi qualcosa. Aspettiamo molto, otteniamo poco, e ricominciamo.

— L’incertezza che ci tiene agganciati —

Questo aiuta a capire perché certi contenuti riescono a trattenerci per tempi così lunghi. Se ogni video fosse interessante, accadrebbe una cosa curiosa: ci stancheremmo prima. L’interesse, come la dopamina, si satura quando la gratificazione è continua e prevedibile. Dopo una serie di contenuti tutti coinvolgenti, l’attenzione cala e verrebbe naturale posare il telefono.

Ciò che invece ci trattiene è l’alternanza: alcuni contenuti ci catturano, molti altri ci lasciano indifferenti. È proprio questa irregolarità a mantenere viva l’attesa. Non sappiamo mai quando arriverà il prossimo contenuto gratificante, e questa incertezza ci spinge a continuare a scorrere per scoprirlo. È lo stesso principio che rende così difficile smettere davanti a una slot machine: non è la vincita in sé, ma il non sapere quando arriverà, a tenerci lì.

Le sequenze di contenuti che scorrono sui nostri schermi funzionano, di fatto, secondo questa logica. Non è necessario ipotizzare un’intenzione precisa dietro tutto questo: è sufficiente osservare che un sistema costruito per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile finisce, quasi naturalmente, per alternare ciò che ci gratifica e ciò che non ci dice nulla. L’effetto, su di noi, è quello di restare agganciati molto più a lungo di quanto avremmo scelto.

— Perché ci torniamo: la regolazione di uno stato interno —

Fin qui abbiamo guardato il meccanismo dal punto di vista del cervello. Ma c’è una domanda che viene prima, ed è quella che dà senso a tutto il resto: perché cerchiamo quella scarica proprio in quei momenti? Non scorriamo a caso, lungo la giornata. Tendiamo a prendere il telefono in momenti precisi: quando ci annoiamo, quando ci sentiamo in ansia, quando ci sentiamo tristi e non vogliamo guardare quella tristezza, quando un’attesa ci mette a disagio. In quegli istanti, lo schermo offre qualcosa di prezioso e immediato: ci sposta altrove, e ci sottrae al contatto con ciò che stavamo provando.

È qui che il discorso sulla dopamina si salda con quello dell’articolo precedente. Il telefono come riempitivo e la dopamina come motore dell’attesa sono due descrizioni dello stesso fenomeno, lette su piani diversi. Sul piano psicologico, prendiamo lo schermo per regolare uno stato interno che ci risulta difficile da sostenere. Sul piano neurobiologico, quella scarica di dopamina ci offre una piccola spinta che copre, per qualche istante, il disagio. Lo schermo diventa così un regolatore di stati interni: uno strumento esterno che fa il lavoro che faremmo, altrimenti, restando in contatto con ciò che proviamo.

Il problema di questa regolazione è che funziona, ma a un prezzo. Più ci affidiamo a uno strumento esterno per gestire ciò che sentiamo, meno alleniamo la capacità di gestirlo da soli. È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi: quanto più il telefono diventa il modo con cui attraversiamo la noia, l’ansia o la tristezza, tanto più quegli stessi stati, senza il telefono, ci risultano insostenibili. Non perché siano diventati più intensi, ma perché abbiamo perso l’abitudine a starci dentro. La gratificazione immediata che lo schermo ci offre è anche ciò che ci rende progressivamente meno capaci di farne a meno.

— La saturazione: quando serve sempre di più —

A questo punto entra in gioco un meccanismo che spiega perché, con il tempo, lo schermo ci soddisfa sempre meno e ci serve sempre di più. Il cervello, come ogni sistema vivente, tende a mantenersi in equilibrio. Possiamo immaginarlo come una bilancia che vuole restare in pari: ogni volta che pende dal lato del piacere, qualcosa interviene per riportarla al centro.

Quando arriva una scarica di dopamina — un video che ci cattura, una notifica gratificante — la bilancia pende per un istante verso il piacere. Ma subito dopo il cervello reagisce per ristabilire l’equilibrio, e lo fa con un piccolo contraccolpo nella direzione opposta. Il punto importante è che non si limita a riportare la bilancia al centro: la spinge per un momento appena oltre, verso un piccolo disagio. È quella sensazione di vuoto o di insoddisfazione che a volte proviamo subito dopo aver posato il telefono, senza saperla spiegare. Se l’esperienza è occasionale, quel piccolo disagio si riassorbe da solo e l’equilibrio torna.

Il problema nasce con la ripetizione. Quando le scariche si susseguono a ritmo serrato — decine, centinaia di volte al giorno, come accade scorrendo i feed — il cervello non fa in tempo a riequilibrarsi tra una e l’altra. Per difendersi da questa stimolazione continua, comincia ad attenuare la propria risposta: diventa meno sensibile. È quello che accade con qualunque sostanza o comportamento gratificante ripetuto, ed è ciò che chiamiamo assuefazione. La conseguenza è duplice e progressiva. Da un lato, serve sempre più stimolo per ottenere lo stesso effetto: il contenuto che ieri ci catturava, oggi ci lascia tiepidi. Dall’altro, quel piccolo disagio del “dopo” non si riassorbe più del tutto, e tende a diventare uno sfondo costante.

Si arriva così a un punto di saturazione in cui il rapporto si capovolge. Non prendiamo più il telefono per sentirci bene, ma per non sentirci a disagio. Non lo cerchiamo per il piacere che ci dà, ma per tornare a quella sensazione di normalità che, senza di esso, non riusciamo più a raggiungere. È lo stesso passaggio che si osserva in ogni forma di dipendenza: il momento in cui ciò che cercavamo per stare meglio diventa ciò di cui abbiamo bisogno solo per non stare peggio.

— Cosa si sente —

Tutto questo non resta confinato nel cervello: ha un corrispettivo preciso in ciò che proviamo, anche se raramente lo colleghiamo alla sua causa. La forma più comune è una difficoltà crescente a sentire piacere nelle cose che prima ce ne davano. Una passeggiata, una conversazione, un pasto, un libro: esperienze che offrono una gratificazione lenta e moderata cominciano a sembrare insipide, prive di mordente. Non perché siano cambiate, ma perché il nostro metro di paragone si è spostato. Dopo l’intensità rapida e concentrata dello schermo, ciò che è naturalmente più lento fatica a raggiungerci. È un appiattimento del piacere quotidiano che, quando diventa pervasivo, ha molto in comune con ciò che in clinica chiamiamo anedonia: la difficoltà a provare piacere.

C’è poi un’altra esperienza, più immediata e riconoscibile, che molti hanno provato senza darle un nome. È quella sensazione di stordimento che proviamo quando alziamo gli occhi dopo una lunga sessione di video brevi, uno dietro l’altro. Per qualche istante facciamo fatica a riorientarci: dove siamo, da quanto tempo siamo lì, cosa stavamo facendo prima. Ci sentiamo ottusi, avvolti in una nebbia, come se la mente avesse bisogno di un momento per tornare nel luogo in cui il corpo si trova. Non è semplice stanchezza degli occhi: è il segno che siamo stati a lungo da un’altra parte, e che il rientro non è immediato.

Queste due esperienze — l’appiattimento del piacere e l’ottundimento del rientro — sono i due volti della stessa saturazione. Sono il modo in cui il meccanismo di cui abbiamo parlato si fa sentire nella vita di tutti i giorni. E sono anche un segnale prezioso, se impariamo a leggerlo: ci dicono che il sistema con cui regoliamo il piacere e il disagio è sotto sforzo, e che la quantità di stimolazione che gli stiamo chiedendo di sostenere è diventata eccessiva.

— Non solo il telefono —

Vale la pena fermarsi un momento su un punto, perché aiuta a vedere il fenomeno nella giusta prospettiva. Il meccanismo che abbiamo descritto non riguarda il telefono in quanto tale: riguarda il sistema con cui il nostro cervello elabora la ricompensa, e quel sistema è lo stesso a prescindere dalla fonte che lo attiva. Lo ritroviamo identico in ambiti che, in apparenza, non hanno nulla a che vedere con lo schermo.

Il gioco d’azzardo ne è l’esempio più studiato: la slot machine funziona esattamente sull’incertezza della vincita, sul non sapere quando arriverà, ed è da questo principio che trae la sua capacità di trattenere. Ma lo stesso vale per certi modi di mangiare, in cui il cibo non risponde alla fame ma alla ricerca di una gratificazione immediata che plachi uno stato interno difficile da sostenere. Vale per la ricerca di approvazione sociale, dove ogni segno di riconoscimento — un apprezzamento, un commento — offre una piccola scarica che chiede di essere rinnovata. In tutti questi casi il copione è lo stesso: una gratificazione incerta e ripetuta, un sistema che si satura, una soglia che si sposta.

Riconoscere questo aiuta a non isolare il telefono come un colpevole a sé, e soprattutto a non sentirsi sbagliati per la difficoltà che incontriamo nel posarlo. Non stiamo cedendo a una debolezza personale: stiamo rispondendo, come chiunque, a un meccanismo che si attiva con qualunque gratificazione facile e ripetuta. Lo schermo è semplicemente il modo in cui questo meccanismo si presenta oggi più spesso, perché è il più disponibile, il più immediato, il più sempre-a-portata-di-mano.

— Tornare a scegliere —

Capire come funziona questo meccanismo non serve a combatterlo a forza di volontà, e nemmeno a sentirsi in colpa ogni volta che prendiamo il telefono. Serve a qualcosa di più utile: a riconoscere cosa sta accadendo, mentre accade. Quando sappiamo che quella spinta a controllare di nuovo lo schermo non è un bisogno reale ma la richiesta di una piccola scarica, e che la sensazione di vuoto che proviamo subito dopo è il contraccolpo prevedibile di quella scarica, qualcosa cambia. Non sparisce l’impulso, ma si apre uno spazio — piccolo, ma decisivo — tra l’impulso e il gesto. È in quello spazio che torna possibile scegliere.

Nell’articolo precedente avevo descritto il telefono come un riempitivo, lo strumento con cui copriamo uno stato interno che fatichiamo a sostenere. Qui abbiamo visto il versante neurobiologico di quello stesso movimento: il modo in cui quel riempire ci aggancia, ci satura, e ci lascia ogni volta un po’ più insoddisfatti. Le due descrizioni convergono nello stesso punto. Il lavoro che possiamo fare non è contro il telefono, ma a partire da ciò che il telefono stava regolando al posto nostro. Ridurre la quantità di stimolazione che chiediamo allo schermo permette, lentamente, alla soglia di riabbassarsi: e le cose lente — una conversazione, una camminata, un’attesa — tornano a poco a poco ad avere sapore.

Resta, in fondo, quel gesto da cui siamo partiti: il pollice che tira giù lo schermo, l’attesa di qualcosa che quasi mai arriva. Adesso sappiamo cosa c’è dentro quel piccolo movimento ripetuto — non la ricerca di un piacere, ma l’eco di una promessa che ci tiene in attesa di una vita che, intanto, accade altrove. Imparare a riconoscerla è il primo modo per smettere di rincorrerla.

E rimane una domanda, che apre il passo successivo: se lo schermo ci sposta così di continuo fuori dal momento che stiamo vivendo, cosa accade al nostro senso di chi siamo, quando passiamo gran parte del tempo a guardare le vite degli altri? È da qui che ripartiremo.

Bibliografia

  • Lembke, A. (2022). L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del «tutto e subito». Milano: Roi Edizioni

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