Il telefono come riempitivo: quando lo schermo prende il posto del nostro stato interno

L’uso compulsivo dello smartphone funziona spesso come riempitivo di un disagio non riconosciuto, generando una micro-dissociazione quotidiana che ci sottrae al contatto con noi stessi e con la vita reale.

Ci sono gesti che facciamo decine di volte al giorno senza accorgercene: prendere il telefono dal tavolo, accendere lo schermo per qualche secondo, aprire WhatsApp anche quando sappiamo già di non aver ricevuto messaggi, far scorrere il dito su una sequenza di immagini che dimenticheremo prima ancora di avere incontrato l’ultima. Sono comportamenti che difficilmente riconosciamo come scelte: arrivano da soli e da soli si concludono. Eppure, se ci fermiamo a osservarli, qualcosa non torna. Per la maggior parte del tempo non stiamo cercando un’informazione, non stiamo aspettando una risposta, non stiamo facendo nulla che possa giustificare il gesto. Stiamo soltanto riempiendo qualcosa.

Il telefono ha assunto, per molte persone, una funzione che con la comunicazione ha poco a che fare: quella di riempitivo. È diventato il dispositivo che si attiva ogni volta che, anche per pochi secondi, qualcosa nel mondo interno chiede ascolto. Una pausa, un attimo di noia, il silenzio dell’attesa, una sensazione che non sappiamo nominare: tutti questi piccoli vuoti vengono riempiti dal gesto automatico di prendere lo schermo. Ed è proprio in questa automaticità che si nasconde ciò che vale la pena guardare.

Ogni volta che riempiamo, però, ci spostiamo anche altrove. Lo schermo non è soltanto ciò che copre il vuoto: è anche ciò che ci porta da un’altra parte rispetto al luogo e al momento in cui ci troviamo. E con il tempo, quell’altrove diventa il posto in cui passiamo gran parte della nostra giornata, senza accorgercene davvero.

— Riempire cosa —

Quello che riempiamo, quando prendiamo il telefono senza scopo, raramente è un vuoto neutro. È più spesso uno stato interno che chiede attenzione e che, per qualche ragione, non vogliamo o non sappiamo ascoltare. Può essere una preoccupazione che si affaccia, una stanchezza, un pensiero che inizia a prendere forma, un’emozione appena percettibile. Sono segnali che, se accolti, diventano informazioni preziose: ci dicono dove siamo, di cosa abbiamo bisogno, cosa sta accadendo nel nostro mondo emotivo. Quando li copriamo automaticamente con il flusso delle immagini sullo schermo, queste informazioni restano fuori dalla coscienza ma non scompaiono: continuano a esistere sotto traccia, e tendenzialmente riemergono altrove e in altre forme.

Nella mia pratica clinica osservo frequentemente come questo meccanismo si traduca in una difficoltà progressiva a tollerare la noia, il silenzio e gli spazi vuoti della giornata. La noia, che è storicamente uno dei principali innesti dell’attività mentale spontanea — del pensiero che vaga, dell’idea creativa, della consapevolezza che emerge da sola — viene esperita sempre più come uno stato sgradevole da risolvere il prima possibile. Lo strumento di risoluzione è sempre lo stesso, sempre disponibile, sempre a portata di mano.

Il problema non è il telefono in sé, ma la funzione che gli abbiamo affidato. Quando il telefono diventa il dispositivo che ci protegge sistematicamente dall’incontro con il nostro stato interno, ciò che si erode non è soltanto la qualità dell’attenzione: è la possibilità stessa di stare con sé.

— La dissociazione quotidiana —

Quando questo gesto si ripete decine di volte al giorno, accade qualcosa di più sottile della semplice distrazione. Per pochi secondi siamo qui — al tavolo, in metropolitana, in sala d’attesa — poi siamo altrove, dentro lo schermo. Poi torniamo, brevemente, allo spazio fisico che ci circonda. Poi ripartiamo. Questo movimento continuo di scollegamento e rientro, ripetuto centinaia di volte nel corso di una giornata, configura quella che possiamo descrivere come una micro-dissociazione quotidiana.

La dissociazione, in psicologia, descrive un’interruzione del normale flusso con cui integriamo in un’esperienza unitaria ciò che sentiamo, percepiamo e facciamo. Le sue forme acute sono note e clinicamente riconoscibili. Esistono però anche manifestazioni più lievi, più diffuse e meno riconosciute, che si stanno consolidando come modalità abituale di relazione con la realtà. Non si tratta di un fenomeno patologico in senso stretto, ma di un modo di funzionare che, ripetuto nel tempo, modifica la qualità del nostro stare nel mondo.

Non è raro sentire le persone descrivere la sensazione di “essere scollegati” senza saperne dare una spiegazione precisa. Riferiscono una specie di nebbia, di distanza dalle proprie giornate, una difficoltà a sentire che le ore vissute appartengano davvero alla loro vita. Quella sensazione il più delle volte non è un’impressione soggettiva: corrisponde a uno stato reale. Quando la mente si sposta dentro e fuori dallo schermo in modo continuativo, l’esperienza in cui siamo fisicamente immersi non viene integrata. Il pranzo consumato guardando il telefono non lascia traccia. La passeggiata fatta scorrendo i feed non si sedimenta come ricordo. La conversazione vissuta a metà — un occhio all’interlocutore, uno allo schermo — non costruisce davvero una relazione.

Il problema non è che ci spostiamo per qualche secondo: è che non torniamo mai del tutto. Ogni rientro è parziale, perché stiamo già aspettando il prossimo spostamento. E quando questa diventa la modalità abituale di abitare le nostre giornate, la vita reale assume progressivamente la qualità di uno sfondo, di qualcosa che attraversiamo distrattamente in attesa di tornare altrove.

— La sottostima del tempo —

Una conseguenza diretta di questa modalità dissociativa è la perdita progressiva della capacità di percepire correttamente quanto tempo trascorriamo dentro lo schermo. Le persone tendono sistematicamente a sottostimare le ore passate al telefono, e la differenza non è di pochi minuti.

In seduta, capita spesso che chieda alle persone con cui lavoro di stimare quanto tempo, mediamente, passino al giorno con il telefono in mano. La risposta è quasi sempre una cifra raccolta in buona fede — un’ora, forse due, “non più di tanto”. A quel punto suggerisco di verificare il dato reale nelle impostazioni del dispositivo, dove la maggior parte degli smartphone tiene un registro accurato del tempo di utilizzo. La differenza tra quello che pensavamo di aver fatto e quello che effettivamente abbiamo fatto è quasi sempre considerevole, talvolta sorprendente. Tre, quattro, cinque ore quando ne avevamo stimate due.

Questa discrepanza è informativa. Non è semplicemente un’imprecisione del calcolo: indica che gran parte di quel tempo non è stata vissuta come tempo. Ciò che non viene esperito consapevolmente non viene neanche memorizzato come durata, e si dissolve nell’impressione vaga di una giornata “volata via”. È in questa zona — tra ciò che ci sembra di aver fatto e ciò che abbiamo davvero fatto — che si annida una parte significativa delle nostre ore.

Si tratta di un ingresso immediato a una consapevolezza diversa: non controlliamo il tempo che dedichiamo al telefono perché, in larga parte, non lo stiamo nemmeno vedendo passare.

— Chi siamo quando siamo altrove —

Questo movimento continuo verso lo schermo non incide soltanto sull’attenzione e sul tempo: incide sull’identità. Ogni volta che, anziché restare con quello che stiamo sentendo, ci spostiamo in un flusso di immagini, pensieri e voci di altri, partecipiamo a un piccolo atto di decentramento da noi stessi. La domanda implicita che il telefono ripropone, di continuo, non è soltanto “cosa sta succedendo fuori?”, ma anche, più sottilmente, “chi devo essere, qui dentro?”.

Il flusso di contenuti che scorre sullo schermo offre infatti un repertorio costante di modi di stare al mondo: corpi, opinioni, stili, vite organizzate, ironie. È un materiale che, ripetuto a sufficienza, smette di essere osservato passivamente e inizia a modellare ciò che pensiamo di dover essere. Il confronto è continuo, spesso involontario, e si insinua negli spazi che dovremmo dedicare al riconoscimento del nostro sentire autentico.

In un articolo precedente, dedicato al ricentramento e al decentramento di sé, ho descritto come il decentramento sia quella posizione in cui passiamo più tempo nella mente dell’altro che con noi stessi, cercando di leggere cosa l’altro si aspetti per adeguarci. Lo scrolling continuo rappresenta una versione tecnologica e capillare di quello stesso processo: una mente costantemente immersa in ciò che gli altri propongono, mostrano e validano è una mente che fatica a riconoscere ciò che vorrebbe davvero, al di là di quanto vede sullo schermo.

Si genera così una domanda silenziosa ma potente: chi sono io, se non faccio almeno qualcosa? È la domanda di chi non riesce più a distinguere il proprio sentire dalle aspettative percepite, e che ricorre allo schermo non solo per riempire un vuoto, ma per sapere come stare al mondo.

In fondo, ciò che lo schermo ci offre più di ogni altra cosa è qualcosa da fare. E proprio in questo, forse, sta una delle ragioni più profonde della nostra difficoltà a metterlo giù: ci siamo progressivamente disabituati allo stare. Una cultura che misura il valore in termini di produttività, presenza online, performance e visibilità ci spinge a privilegiare costantemente il fare sullo stare, l’azione sul silenzio, il riempire sull’abitare. Lo schermo è il dispositivo perfetto per questa logica: dà sempre qualcosa da fare, anche quando non c’è nulla da fare davvero.

— Una membrana tra noi e gli altri —

Il telefono finisce per occupare una posizione paradossale: è insieme ciò che ci impedisce di stare soli e ciò che ci impedisce di stare davvero con gli altri. Lo portiamo ovunque, anche nei pochi momenti che storicamente erano riservati al raccoglimento — il bagno, i minuti prima di dormire, il risveglio — al punto che separarcene anche per poco tempo genera in molte persone un senso di disagio difficile da nominare. Non è semplice abitudine: è il segnale che lo schermo ha assunto la funzione di un’estensione del sé, di una presenza che ci accompagna come fa, in altre fasi della vita, un oggetto rassicurante. Ma a differenza di quegli oggetti, questa estensione non protegge dalla solitudine: la rende soltanto inavvicinabile. Restando sempre in nostra compagnia, ci impedisce l’esperienza dello stare soli con noi stessi, che è la condizione attraverso cui storicamente impariamo a riconoscere ciò che sentiamo.

Specularmente, lo stesso dispositivo si frappone tra noi e gli altri proprio nei momenti in cui sarebbe l’incontro a chiederci qualcosa. È diventato naturale, prima di avvicinarsi a una persona, verificarne l’esistenza online — leggere il profilo, guardare le foto, intuire le opinioni, raccogliere indizi sulla vita altrui prima ancora di conoscerla davvero. È difficile non pensare che questa abitudine contribuisca all’aumento dell’ansia sociale che osserviamo trasversalmente, soprattutto nelle generazioni più giovani: il contatto vivo con un’altra persona avviene sempre dopo una verifica preventiva, e perde così quella qualità di scoperta che è una delle componenti più vitali dell’incontro. Ci avviciniamo agli altri sapendo già — o credendo di sapere già — chi siano, e arriviamo nell’incontro reale già pieni di immagini che lo precedono. Lo schermo, in questo, non avvicina: filtra. E quando il filtro lavora a tempo pieno, alla fine trattiene molto più di quanto lasci passare.

— L’attenzione che si accorcia —

A questo movimento di scollegamento e rientro corrisponde, nel tempo, una trasformazione misurabile della soglia di attenzione. Già una decina di anni fa, alcune ricerche segnalavano come il tempo medio dedicato alla valutazione di un contenuto online — il rapido sguardo che decide se vale la pena di leggere o scorrere oltre — fosse di pochissimi secondi. Da allora la situazione si è ulteriormente accentuata: l’avvento dei contenuti brevi e a forte impatto visivo, dei reel, dei video che cambiano ogni manciata di secondi, ha consolidato un modo di stare davanti all’informazione in cui tutto ciò che richiede pazienza viene rapidamente abbandonato. La conseguenza non riguarda solo la lettura: si traduce in una più generale intolleranza a ciò che, nella vita, non offre stimoli immediati. Conversazioni, attese, riflessioni che chiedono tempo iniziano a sembrare insostenibili.

— La vita che resta sullo sfondo —

Ciò che il telefono finisce per produrre, sommando tutti questi piccoli spostamenti, è una quotidianità progressivamente abitata altrove. Le ore passano mentre la nostra attenzione è da un’altra parte, e quello che chiamiamo presente diventa lo sfondo opaco di una vita vissuta a metà. Il rischio, ormai consolidato, è quello di passare la vita senza viversela davvero, e di arrivare un giorno a guardarsi indietro senza ricordarsi nulla di come sia passato il tempo.

Questo passaggio non si interrompe da solo. Il riempitivo svolge una funzione precisa — proteggere da uno stato interno che chiede ascolto — e finché quello stato resta non riconosciuto, lo schermo continuerà a sembrare necessario. Nei percorsi terapeutici questo è spesso uno dei punti di partenza: aiutare la persona a ristabilire un contatto con ciò che il telefono stava coprendo, restituendo gradualmente la possibilità di stare con sé senza la mediazione costante di un dispositivo. Non si tratta tanto di un lavoro sul telefono, quanto di un lavoro sul rapporto con il proprio mondo interno, da cui ci eravamo lentamente allontanati.

Tornare ad abitare il tempo che ci attraversa non significa rinunciare agli strumenti, ma riportarli al loro posto. Uno strumento è qualcosa che usiamo quando lo decidiamo, e che si ferma quando smettiamo di averne bisogno. Quando invece è lui a decidere quando attivarsi, e noi a seguirlo senza accorgercene, il rapporto si è invertito. È in questo passaggio — dal riempire all’abitare — che la nostra vita può smettere di essere uno sfondo e tornare a essere il posto in cui siamo davvero.

Bibliografia

  • Lembke, A. (2022). L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del «tutto e subito». Milano: Roi Edizioni.

  • Berne, E. (1971). A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani.

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