La profezia che si autoavvera: quando il finale sembra già scritto

La dinamica che contribuisce a farci ottenere gli stessi risultati all’interno delle nostre relazioni in modo inconsapevole, la profezia che si autoavvera

Mi capita spessissimo di sentire racconti in cui la persona si ritrova in situazioni che sembrano confermare, in modo quasi inquietante, le sue peggiori aspettative, frasi come “Lo sapevo che sarebbe andata a finire così”, “Tanto alla fine succede sempre la stessa cosa”, “Non c’è verso, sbaglio sempre allo stesso modo con gli altri”. Queste frasi suonano come sentenze già scritte, ma in realtà sono spesso l’esito di un meccanismo psicologico profondo quanto inconscio: la profezia che si autoavvera. Con questa espressione si intende il processo in cui le nostre convinzioni, aspettative o timori influenzano il nostro modo di agire e di relazionarci, portandoci inconsapevolmente a creare le condizioni perché ciò che temiamo si realizzi davvero. Con questo meccanismo la mente crea un circolo vizioso che, pur di mantenere coerenza con ciò che ha vissuto o crede, guida il comportamento verso esiti già previsti, anche se dolorosi.

Un esempio che riporto è quello di una persona che entra in una relazione con il sospetto, più o meno consapevole, che prima o poi verrà delusa o abbandonata dall’altro. Questa aspettativa più o meno inconscia, anche se non dichiarata a sé o all’altro, può tradursi in modo molto naturale in comportamenti atti a comunicare chiusura, diffidenza o richieste di rassicurazione o controllo. Con questo circolo vizioso ormai avviato, vengono promossi degli atteggiamenti che alla lunga possono logorare il legame e portare l’altro ad allontanarsi (dopo un’iniziale accoglienza delle apparenti necessità del partner), confermando di fatto quanto la persona temeva all’inizio della frequentazione. Quando la relazione si incrina o finisce, la persona conclude dicendomi: “Vedi? Avevo ragione a non fidarmi” oppure “Finisce sempre allo stesso modo”, scansando di fatto il proprio contributo affinché ciò venisse favorito. Quest’ultimo aspetto è centrale, poiché la persona non si accorge, almeno inizialmente, che la sua paura, invece di proteggerla, ha contribuito a far avverare ciò che temeva.

Questo è un meccanismo che si osserva in tante aree della vita, e sono certo che anche tu che stai leggendo puoi richiamare qualche occasione in cui puoi cogliere una certa sistematicità in “come vanno le cose”: nei rapporti affettivi, sul lavoro, nell’amicizia, persino nella relazione con sé stessi. Il proprio copione interno, ovvero ciò che abbiamo imparato a credere su di noi e sugli altri, sembra più verosimile della realtà, al punto da plasmarla a partire da queste convinzioni ataviche.

In psicoterapia questo fenomeno si osserva spesso nei legami intimi, dove le dinamiche sono più cariche di significati e vulnerabilità. Le relazioni di coppia infatti si strutturano spesso attorno a scenari impliciti condivisi, dove ciascun partner, nel tentativo di essere amato, tende a riprodurre modelli relazionali noti, spesso appresi nell’infanzia. In questo modo due persone possono “incastrare” le proprie aspettative inconsce apprese nell’infanzia e sostenere reciprocamente il proprio copione e quello dell’altro, spesso con totale inconsapevolezza. Sto parlando del processo di collusione, una sorta di accordo inconsapevole con cui entrambi i partner contribuiscono a costruire una relazione che conferma le loro aspettative inconsce. In questo senso, la profezia che si autoavvera non è solo individuale, ma diventa un gioco a due, un incontro in cui ciascuno porta il proprio copione e lo vede rinforzato con l’altro. Il bisogno di essere confermati, di vedere nel presente ciò che abbiamo imparato a temere o desiderare nel passato, diventa più forte del desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo, cosa che alla fine si vive con timore. Questo può portarci a pensare quanto sia importante per noi il tentativo di prevedere l’esperienza come fonte di rassicurazione interna, un obiettivo purtroppo illusorio per quanto detto poco sopra.

Ho sottolineato (anche in altri articoli) quanto sia importante considerare il proprio contributoall’interno della relazione. Anche qui infatti non è tanto importante il “cosa” ci succede, ma il “come” contribuiamo a farlo succedere, guidati attraverso il linguaggio profondo dei nostri schemi affettivi. Ad esempio, se una persona ha imparato che deve essere sempre forte per essere accettata, tenderà a non mostrare mai la propria vulnerabilità, anche quando sarebbe utile farlo. Se crede che l’amore vada conquistato a caro prezzo, potrà arrivare a sacrificarsi oltremisura in ogni occasione possibile. Se pensa di non meritare attenzione, interpreterà ogni esitazione dell’altro come un rifiuto, anche quando non lo è. E così, giorno dopo giorno, confermerà a se stessa il copione di partenza. Il paradosso di tutto ciò è proprio il fatto che le persone possono lasciarsi per gli stessi motivi che hanno contribuito a farli diventare una coppia.

Sintetizzando quanto detto fino ad ora, infatti, siamo portati a cercare delle persone che arrivino a confermare il nostro copione di vita in modo inconscio. In questo senso, è probabile incontrare e sentirsi più affini a persone che favoriscono questa proposta. È chiaro a questo punto pensare che anche noi diventiamo i portatori e sostenitori del copione dell’altro, così che si confermi un incastro al centro della coppia a partire dalle proprie individualità storiche. Mi succede spesso di vedere come, nel riportare questo tipo di modello nella relazione, ci sia il tentativo inconscio di poter sconfermare la necessità di muoversi così, nella speranza di poterlo fare a partire da bisogni più autentici.

Il lavoro psicoterapeutico, in questo senso, ha l’obiettivo di rendere visibili questi processi inconsci, di promuovere il riconoscimento delle proprie aspettative che orientano i comportamenti, le paure che ci guidano, i messaggi interiorizzati che si continuano a portare avanti anche quando hanno perso la loro utilità. Uscire dalla profezia che si autoavvera vuol dire notare quando stiamo reagendo al presente con risposte del passato, e scegliere ogni volta che possiamo una strada diversa, verificando quanto sia plausibile muoversi in modo nuovo in quella specifica relazione. Significa imparare a stare in modo nuovo con se stessi e dentro le relazioni, concedendosi il rischio di esporsi in modo autentico, lontano da logiche antiche che un tempo hanno avuto sicuramente motivo di esistere. Anzi, sono state fondamentali, ma questo è un altro capitolo. In questo senso, la coppia può rivelarsi il principale campo condiviso in cui possiamo riparare a modalità apprese nell’infanzia e rinforzare il legame con l’altro a partire da scelte nuove e autentiche co-costruite nell’oggi.

La potenza del processo della profezia che si autoavvera la possiamo cogliere anche al positivo, quando ad esempio scegliamo di orientarci alla vita con attitudine propositiva, quando iniziamo a credere, anche solo un po’, che possiamo essere accolti, che possiamo fidarci, che possiamo cambiare, anche il nostro comportamento si diversifica in modo più o meno inconscio. In questo modo è possibile promuovere cambiamento nel proprio campo psicologico e avvicinarci di conseguenza a persone che risuonino maggiormente con quanto ci sia di più autentico di noi stessi.

Ogni volta che rompiamo il cerchio e ci concediamo una risposta diversa, creiamo lo spazio per qualcosa di nuovo. È un processo lento, fatto di piccoli atti di fiducia, coraggio e consapevolezza, a cui possiamo abituarci gradualmente. È come entrare in un grande mare di possibilità, un passo alla volta, per abituarci alla temperatura dell’acqua. Anche se inizialmente potrà sembrarci fredda, sarà proprio restando a contatto con questa freschezza, così diversa da ciò che conosciamo, a renderci possibile galleggiare in acque nuove, con leggerezza e autenticità.

– Zavattini, G. (2011). In intimità e collusione. Le sceneggiature implicite della vita amorosa. Milano: Raffaello Cortina Editore.

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