Relazioni simbiotiche: quando l’amore confonde identità e possesso
Relazioni simbiotiche, dove i confini tra sé e l’altro si intrecciano, limitano la libertà individuale e generano un controllo reciproco che compromette il benessere emotivo di entrambi.

Mi capita spesso, nel lavoro clinico, di incontrare persone che arrivano in terapia con un senso di spaesamento profondo legato alle relazioni che stanno vivendo. Parafrasando alcuni vissuti, possiamo trovare espressioni come: “Non capisco più dove finisco io e dove inizia l’altro”, “Mi sento soffocare, ma allo stesso tempo non riesco a stare lontano”, “È come se vivessimo un’unica vita, ma non so se è davvero la mia”. Frasi come queste raccontano di un vissuto intenso, ma anche confuso, tipico delle relazioni simbiotiche.
Con questo termine ci riferiamo a quei legami in cui i confini tra sé e l’altro sono sfumati, a volte quasi assenti. Si tratta di un’esperienza relazionale che può apparire, a tratti, molto romantica – due persone che sembrano completarsi, fare tutto insieme, vivere un’unione quasi perfetta – ma che nel tempo mostra i suoi limiti come la perdita di autonomia, una sensazione di dipendenza e la difficoltà a riconoscere e rispettare i bisogni individuali di ognuno.
La simbiosi non è di per sé patologica, anzi: è una fase naturale nei primi mesi di vita tra il neonato e la figura di attaccamento. Il bambino, nei suoi primi tempi, vive in un’unità emotiva e corporea con la madre da cui di fatto dipende totalmente. Questo processo rappresenta una fase fondamentale che permette lo sviluppo del senso di sicurezza di base, ma perché questo sviluppo proceda in modo sano è necessario che nel corso dello stesso il bambino e la madre stessa attraversino altre fasi legate alla chiara definizione delle due individualità.
Un problema nasce quando questa dinamica infantile viene portata rigidamente (per lo più in modo inconsapevole) all’interno delle relazioni adulte, dove la ricerca di fusione diventa l’unica modalità conosciuta per stare in connessione. In questi casi si rischia di cercare nell’altro non solo un compagno, ma una figura che garantisca continuità, senso di identità e sicurezza. E così, senza accorgersene, si cocostruisce un legame dove l’altro non è più un “altro” distinto ma un’estensione del proprio Sé.
Una delle caratteristiche più evidenti di una relazione simbiotica è la difficoltà a tollerare la distanza. Ogni differenza può essere percepita come un attacco o un rifiuto e ogni segnale di autonomia è vissuto come un attacco alla relazione (o a se stessi). L’altro “deve” sentire, pensare, desiderare le stesse cose. Quando questo non accade, può emergere una forte ansia, che spinge a tentativi di controllo dell’altro, a trattenere e ridurre l’altro a ciò che ci rassicura; per esempio si può iniziare a chiedere, e poi pretendere, che l’altro esca meno con altre persone esterne a sé o che eviti esperienze dove non si è insieme. E questo altro non è che un tentativo disperato di mantenere un senso di unità che in realtà impedisce lo sviluppo autentico della relazione.
Un esempio molto frequente è racchiuso in quelle coppie che inizialmente vivono una fortissima attrazione reciproca, una sintonia apparentemente perfetta, passano moltissimo tempo insieme, condividono tutto, sembrano inseparabili. Ma con il tempo, uno dei due inizia a sentire il bisogno di uno spazio proprio, magari di coltivare un interesse personale, di avere momenti in cui viversi in autonomia. L’altro, però, vive questa richiesta come un tradimento. Inizia a controllare, chiedere conferme, colpevolizzare. A quel punto, si apre un conflitto che spesso ruota attorno alla domanda: “Mi ami ancora?”. Ma in realtà ciò che viene messo in discussione è la possibilità stessa di essere due individui distinti e comunque connessi.
Un altro segnale tipico delle relazioni simbiotiche è la paura del conflitto. Discutere, affermare il proprio punto di vista, esprimere un bisogno diverso può apparire pericoloso, come se bastasse poco per rompere l’equilibrio. Così si evita il confronto, si rinuncia a parti di sé, si scende a compromessi costanti pur di non perdere l’altro. Ma ciò che si perde, alla lunga, è l’autenticità del legame, che si indebolisce gradualmente nel tempo.
Emerge poi un tema profondo: la paura dell’abbandono. Si teme che, mostrando davvero chi si è, l’altro possa andarsene e allora si sceglie di rimanere in una relazione che apparentemente “funziona” ma che in realtà poggia sulla rinuncia. È come se si dicesse: “Preferisco stare in una relazione che mi assorbe piuttosto che rischiare di restare solo”.
In psicoterapia, quando emergono queste dinamiche, il lavoro è molto delicato poiché non si parla di “uscire” dalla relazione ma di trasformarla. Di imparare a distinguersi senza perdere il legame con l’altro, di riconoscere i propri bisogni, anche quando sono diversi da quelli dell’altro, di tornare a sentire che si può essere amati per quello che si è, non solo per ciò che si concede o si adatta.
Spesso ciò che sostiene la simbiosi è una ferita antica, un bisogno originario di essere visti, riconosciuti, accuditi. Ma il punto è che l’altro, per quanto amore possa dare, non potrà mai riempire quello spazio se prima non viene riconosciuto e integrato da noi stessi. Per questo è così importante imparare a stare con sé, a viversi la solitudine come spazio di autonomia e libertà.
Una relazione sana non è una fusione, ma un’alleanza tra due individualità distinte. È un dialogo tra due mondi che permette di vivere vicini anche con le proprie diversità, di crescere ciascuno nel proprio percorso, sapendo che l’altro è lì, non per completarmi, ma per camminare accanto.
Ecco perché l’uscita dalla simbiosi non è una perdita, ma una conquista, segna il passaggio dal bisogno all’incontro, dalla dipendenza alla reciprocità. Un percorso in questo senso può spaventare, ma apre alla possibilità più grande di amare e sentirsi amati rimanendo se stessi, condividendo parti di sé con l’altro (e non nell’altro).
Imparare a uscire dalla simbiosi è come smettere di respirare sott’acqua con l’aria dell’altro, per imparare a nuotare con il proprio respiro. All’inizio può far paura, ma solo così si scopre la bellezza di nuotare liberi, incontrandosi accanto nella condivisione di nuove albe.
Zavattini, G. (2011). In intimità e collusione. Le sceneggiature implicite della vita amorosa. Milano: Raffaello Cortina Editore.


